Ogni chilowattora che produciamo oggi è una scelta che ricadrà sul clima, sull'aria, sull'acqua e sulla vita di chi verrà dopo di noi. Cambiare il modo in cui generiamo energia non è più un'opzione tecnica: è la condizione per continuare ad abitare questa Terra.
Svizzera e Italia condividono un confine alpino, reti elettriche interconnesse e una dipendenza storica dall'idroelettrico. Ma le loro storie energetiche del dopoguerra raccontano due tipi diversi di irresponsabilità: un paese che ha scelto il nucleare e non sa come gestirne le conseguenze, e un paese che ha rifiutato il nucleare e non ha mai trovato il coraggio di uscire dal gas fossile.
I grafici storici a confronto


Dati stimati e approssimativi, non serie ufficiali UFAE o GSE annuali.
Quadro comparativo 2023

Svizzera: il nucleare che non si riesce né a tenere né a smaltire
Un'eredità comoda e scomoda
La Svizzera produce circa il 34% della propria elettricità dal nucleare, una quota che la rende uno dei paesi più dipendenti dall'atomo in Europa, dopo Francia e Slovacchia. Quattro centrali attive, alcune delle più vecchie del mondo ancora in funzione: Beznau 1, entrata in servizio nel 1969, è la centrale nucleare civile più antica del pianeta ancora operativa. Non è un primato di cui vantarsi.
Dopo Fukushima (2011), il parlamento svizzero ha votato per uscire gradualmente dal nucleare, senza però fissare una data precisa. Nel 2023, in un colpo di scena politico, la stessa maggioranza ha invertito la rotta votando per riaprire alla costruzione di nuovi reattori, capovolgendo anni di politica energetica senza un piano serio né per il futuro né per il passato.
Le scorie: il problema che nessuno vuole nel proprio cortile
Ogni kilowattora nucleare produce rifiuti radioattivi. Alcune categorie restano pericolose per decine di migliaia di anni, più della storia dell'intera civiltà umana. La Svizzera accumula scorie dal 1969 e, a oltre cinquant'anni dall'avvio del primo reattore, non ha ancora un deposito geologico finale operativo. Il progetto per un deposito nel Canton Zurigo è in fase di pianificazione avanzata, ma l'opposizione locale è forte e i tempi si allungano di decennio in decennio. Nel frattempo le scorie vengono stoccate nel deposito temporaneo di Würenlingen (ZWILAG), una soluzione che si chiama "provvisoria" da trent'anni.
Ranking mondiale: scorie nucleari ad alta attività (stima cumulativa 2023)

Italia: il gas che di "naturale" non ha proprio niente
Il referendum del 1987 e la grande rinuncia
L'Italia ha avuto il nucleare. Lo ha spento. Nel 1987, sull'onda emotiva di Chernobyl, un referendum popolare ha sancito la chiusura delle tre centrali attive (Latina, Garigliano, Trino Vercellese). Era comprensibile come reazione emotiva, molto meno come politica energetica di lungo periodo. Nel 2011 un secondo referendum ha affossato il piano del governo Berlusconi di rientrare nel nucleare. Da allora l'Italia è rimasta l'unico grande paese industriale d'Europa senza un solo kilowattora nucleare nella propria produzione.
Un nome che inganna: il costo ambientale del gas fossile
Il termine "gas naturale" è uno dei più grandi esercizi di greenwashing linguistico della storia dell'energia. È vero che esiste in natura, estratto dal sottosuolo. Ma bruciarlo per produrre elettricità emette mediamente 400-500 grammi di CO2 per kilowattora: circa la metà del carbone, ma quaranta volte di più dell'energia nucleare e dieci volte di più del fotovoltaico, calcolando l'intero ciclo di vita.
Nel 2023 l'Italia ha prodotto circa 118 TWh di elettricità dal gas, pari a circa il 40% della produzione nazionale totale. Questo significa circa 47-59 milioni di tonnellate di CO2 emesse solo per l'elettricità da gas, ogni anno. È come mettere in circolazione 10-12 milioni di automobili a benzina aggiuntive, solo per tenere accese le luci.
Una dipendenza strutturale mai affrontata
La crisi energetica del 2022, con l'invasione russa dell'Ucraina, ha mostrato quanto sia pericolosa questa dipendenza: bollette triplicate, inflazione energetica, corsa disperata a nuove forniture. Eppure anche in quel frangente la risposta italiana è stata trovare altro gas, non ridurre strutturalmente il consumo. Il fotovoltaico cresce (circa 30 TWh nel 2023), l'eolico anche, ma la velocità di installazione non copre ancora il vuoto lasciato dal gas. L'Italia ha il sole del Mezzogiorno, i venti del Mediterraneo e le coste per l'eolico offshore: risorse enormi e strutturalmente sottoutilizzate per decenni di burocrazia e mancanza di una strategia industriale coerente.
Le responsabilità che nessuno vuole assumersi
Entrambi i paesi condividono un tratto comune: la tendenza a rinviare le decisioni difficili. La Svizzera sa che le sue centrali nucleari invecchiano, sa che le scorie si accumulano, sa che un deposito geologico finale è necessario, ma ogni decisione concreta viene spostata di un decennio. L'Italia sa che il gas naturale è incompatibile con gli obiettivi climatici del 2050, ma continua a costruire rigassificatori e a firmare contratti pluriennali con fornitori di gas, rinviando la transizione a un futuro sempre un po' più lontano.
Il conto di questi rinvii non lo pagherà chi li ha decisi. Lo pagheranno le generazioni che erediteranno le scorie nel sottosuolo alpino e i gradi in più nell'atmosfera mediterranea.
Articolo basato su dati stimati e fonti pubbliche: AIEA, Ufficio federale dell'energia svizzero (UFAE), Gestore dei Servizi Energetici italiano (GSE), Terna, NEA/OCSE. I dati storici sui TWh sono interpolazioni stimate, non serie ufficiali annuali.